rdo Sciascia su Pasolini

mercoledì, febbraio 21, 2018

Per aprire un dibattito virtuale sull'arte di Triade.

Ricevo e volentieri pubblico queste riflessioni critiche di Piero Montana, ideatore, curatore e presentatore della Mostra TRIADE a inaugurazione del suo Centro d'arte e Cultura a Bagheria.
di cui potrete farvi una buona idea cliccando sull'immagine


Mi auguro che vogliate raccogliere la sua provocazione e da tutto ciò si sviluppi un dibattito che arricchisca le conoscenze e la vita di tutti.

Piero Montana ci scrive:

"Si sa, ad un provocatore come me, piace stupire, per questo ho chiamato tre artisti, assai diversi tra loro, per esporre con la mostra “Triade” nei nuovi locali del mio Centro d’arte e cultura a Bagheria.
Gli artisti nella massima autonomia hanno scelto le opere e curato l’allestimento, cosicché a me non resta ora che il compito di una recensione per avviare una discussione critica finalizzata a suscitare interesse sull’operazione culturale.

Pur molto rigorosa, essenziale, pulita, Triade non è tuttavia una mostra impeccabile. 
Due degli artisti espositori, Filly Cusenza e Nuccio Squillaci sono al meglio. 
Delude decisamente Leto, che pur presentando due opere piene di quel fascino particolare proprio dei suoi paesaggi dell’Altrove, nelle opere di piccole dimensioni finisce per decostuire il discorso prettamente materico dei suoi orizzonti neri, dati dall’innalzamento di cataste di fogli di giornali arrotolati ed incollati su tela. Quel senso di “ the vast land”  caratteristico delle sue opere migliori viene qui a mancare. Manca in questi suoi ultimi lavori il fascino spettrale, metafisico dell’estremo abbandono, di quella deriva silenziosa, di cui la morte di Dio è stata la “ felice” espressione. Finiti gli accumuli cartacei, svuotate dai detriti, dai rifiuti le pattumiere ( i suoi quadri) viene a mancare anche lo smarrimento beckettiano che Leto un tempo aveva fatto proprio nella messa in discussione di un soggetto, di un io che si domandava : “E adesso dove, quando, chi?
Leto, dicevo, nei suoi ultimi lavori non mi convince, perdendo ogni potere di fascinazione.
I suoi giochi con corde di carta incollate su tela di che cosa sono significanti? Quel vuoto spettrale di una scrittura destinata ad essere deportata in grandi inceneritori, quel surplus vertiginoso della parola stampata su carta di giornale, non sono più soggetti di un fare artistico che solo in passato mi aveva pienamente convinto.
 Forse esagero, forse sbaglio, forse sono imprudente ed irrispettoso, ma lo dico con tutta franchezza, con quella franchezza che mi autorizza a dire apertamente che nelle ultime “cose” dell’artista morrealese ad essere morto è lo stesso Leto. 
Il soggetto interrogante che innanzi al vuoto lasciato dalla perdita di Dio, dalla perdita stessa dell’io, poneva disperate domande esistenziali, adesso si trastulla con giochi puerili in cui la carta di giornale ha sempre meno pregnanza e soprattutto meno spessore materico. Che dire ancora. Del disastro, del senso di catastrofe, di cui in passato l’opera di Leto  parlava, oggi non rimangono nei lavori dell’artista che deboli tracce. Alla catastrofe della morte di Dio è subentrata la catastrofe personale dell’artista, che forse ha esaurito, nella ripetizione incessante, e a volte senza alcuna variante, ogni sua vena di sconsolata, nera ed autentica poesia.

Per fortuna ad innalzare il livello della mostra ci sono le opere di Filly Cusenza e Nuccio Squillaci. 
La prima, che convertita da anni alla Fiber art, all’arte del tessuto, della stoffa - lavora anche come stilista - ci dà con le sue otto opere presenti in Triade una lezione di un pop fantastico, che aggiunge a temi irriverenti all’Enrico Baj e alla  Jeff Koos  una libera e colorata invenzione creativa. Ritratti di parenti, amici, antenati bislacchi ed eccentrici suggeriscono alla Cusenza di esplorare territori fantastici o meglio fantasy propri di un mondo infantile. Ma questa infanzia che irride a parenti “terribili”, fa propria la poetica, per così dire di, un humor rosa, di cui fino ad oggi non si è mai parlato. Proprio così “l’humor rosa”, non più ‘humor nero, è la proposta tutt’al femminile della Cusenza, che diverte ma anche graffia con qualche ritratto di drag queen inserito nel suo album di famiglia.

A parte va considerata l’opera pittorica di Nuccio Squillaci, che ci affascina per una continua ricerca espressiva, attraverso l’uso sapiente dei colori (pastelli ed oli), del suo mondo interiore. Pittore, ma intimamente poeta, Squillaci fa della pittura una “religione”, nel vero senso della parola, qualcosa a cui intimamente, per l’appunto, l’artista sente di essere legato tanto da non potere fare a meno quotidianamente di essa. La sua passione per la materia pittorica lo spinge ad esplorare soprattutto i territori dell’informale, dell’astrattismo attraverso anche pennellate a volte impulsive proprio dell’action painting. Il mondo pittorico di Squillaci è solo il suo. E’ un mondo alieno dalla modernità e dal suo imperante materialismo. Per la vena inesauribile di spiritualità espressa nelle sue opere, l’artista può paragonarsi eccezionalmente, pur non ricorrendo mai all’ figurazione, ad un Morandi, ad un Licini."

Rimaniamo in attesa dei vostri commenti
AMg

lunedì, febbraio 19, 2018

Giordano Bruno il diversamente pensante


Il rogo di Giordano Bruno, avvenuto il 17 febbraio del 1600 presso Campo dei Fiori a Roma, è uno dei più tristemente famosi tra quelli ordinati dall’inquisizione romana, se non addirittura il più famoso in assoluto. La complessità della vicenda ha poi fatto sì che nel tempo la figura del nolano venisse esaltata per alcuni particolari aspetti, tralasciandone altri che pure sono indispensabili per farsi un’idea quanto più vicina alla realtà storica.

Monumento a Giordano Bruno, Campo de' Fiori, Roma
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Una delle tante vittime di una Chiesa totalitaria

Bruno fu condannato al termine di un processo durato otto lunghi anni per aver espresso idee eretiche. Del resto il ruolo dell’inquisizione, di quella romana come della ben più efferata inquisizione spagnola, era primariamente quello di tutelare a ogni costo la dottrina cattolica contro coloro i quali cercavano di metterla in dubbio, e Bruno era uno di questi. Una delle tante vittime di una Chiesa totalitaria dunque, che in quanto tale non ammetteva si potesse dubitare delle sue verità. Tra le altre cose Bruno fu anche uno dei primi a sostenere l’eliocentrismo teorizzato da Copernico, e sappiamo tutti quanto questo fosse pericoloso a quei tempi; di lì a pochi anni Galileo sarebbe stato costretto ad abiurare convinzioni simili. Ciò ha fatto sì che nell’immaginario collettivo Bruno fosse visto come un martire dell’eliocentrismo, quando in realtà il suo pensiero eterodosso andava ben oltre i suoi convincimenti in materia di astronomia.

Era un filosofo, non un uomo di scienza come Galileo

A dirla tutta Bruno non aveva nemmeno titolo per discettare di astronomia. Lui era un filosofo, non un uomo di scienza come Galileo; mentre Galileo sosteneva le sue convinzioni da un punto di vista scientifico, basandosi su osservazioni e calcoli, Bruno le sosteneva perché queste avvaloravano le sue convinzioni religiose, le stesse che lo condussero in seguito al rogo. Per Bruno, che in gioventù era stato un frate domenicano, l’interpretazione ecclesiastica delle sacre scritture era del tutto sbagliata laddove questa ipotizzava un creato completamente distinto dal suo creatore, con la Terra e l’uomo al suo centro. Quella di Bruno era una visione più esaltante dell’immanenza, secondo cui il creatore si riverbera nel creato che come esso è infinito. Una sorta di panteismo in salsa giudaico-cristiana. Il modello eliocentrico si sposava alla perfezione con questa convinzione e per questo lo abbracciò, insieme al principio di infinità dell’universo che invece non rientrava nelle teorie copernicane.

Giordano Bruno
Costretto a lasciare l’Italia per i sospetti di eresia che già si diffondevano sul suo conto, dopo che aveva incautamente manifestato dubbi sul dogma della Trinità, Bruno viaggiò per l’Europa entrando in contatto con ambienti luterani e calvinisti, aderendo per un periodo di tempo a quest’ultima confessione. Tuttavia nemmeno le Chiese riformate si adattavano alla sua filosofia ed egli riuscì perfino a essere scomunicato da tutt’e tre le confessioni cristiane. Un vero record. Ma anche una conferma del fatto che Bruno non rigettava tanto la religione in sé, quanto quelle religioni che in quel determinato contesto storico esprimevano una dottrina da lui non condivisa.

Era e rimaneva un mistico, per lui la religione aveva una sua funzione sociale

Di fatto Bruno ambiva a diffondere la sua personale idea di religione, il che è molto diverso dal diffondere, come molti pensano abbia fatto, il libero pensiero. Più che essere un libero pensatore, Bruno era un “eteropensatore”, nel senso che il suo obiettivo era di sicuro quello di riformare il pensiero diffuso ai suoi tempi, ma non c’è nessuna evidenza che volesse anche affermare la libertà di pensiero. La libertà del suo pensiero certamente sì, ma non è la stessa cosa. Lui era e rimaneva un mistico, per lui la religione aveva una sua funzione sociale educatrice positiva e andava quindi affermata come mezzo di controllo delle masse. Non certo una posizione da laico.

Rimane il dato indiscutibile che Bruno, ancorché non difensore del pensiero libero, è comunque stato vittima del pensiero unico imposto con ogni mezzo da una Chiesa che ancora oggi non riesce a liberarsi dalle sue velleità totalitariste; celebrare il ricordo di Giordano Bruno ha quindi perfettamente senso in chiave anticlericale, intesa come denuncia di un clero oppressore, ma non ha nessun senso in chiave laica. Wojtyla, nel quadricentenario della morte del filosofo campano, ha affidato al cardinale Sodano il compito di esprimere la posizione attuale della Chiesa cattolica che può essere così sintetizzata: nessuna riabilitazione per Bruno, nessuna condanna per i suoi carnefici, dispiacere per l’accaduto. Ma stiamo parlando della stessa Chiesa che ha avuto bisogno di quattro secoli per riabilitare Galileo (senza allo stesso tempo condannare chi lo costrinse alla pubblica abiura) e di appena qualche anno in meno per bollare la scienza come religione dogmatica da tenere separata dallo Stato.

Massimo Maiurana


domenica, febbraio 11, 2018

Sanremo secondo Paolo

Da Paolo Ricci Sordini:

"Prendendo spunto dalla canzone vincitrice del Festival, mi è venuta spontanea questa rivisitazione da dipendente RAI:

Al settimo piano non lo sanno che ore sono adesso
Il sole su Teulada oggi non è lo stesso
Su Rai1 c’è un concerto
la gente si diverte
Qualcuno canta un Jingle
Qualcuno guarda l’Auditel
Al Salario c’è puzza sempre ma oggi non la fiuti
Il cielo non fa sconti neanche per un falò di rifiuti
A Saxa i giornalisti hanno un po' vergogna
C’è gente sull’asfalto e colleghi nella gogna
E questo corpo enorme che noi chiamiamo azienda
Ferito nei suoi organi dagli appalti in ogni agenda
Galassie di persone disperse nello spazio
Ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio
Di lavoratori senza aumenti, di precari senza pagamenti
Di volti illuminati dalla speranza di uno scioperaccio
Minuti di silenzio spezzati da una voce
Non ci avete dato niente
Non ci avete dato  niente
Non ci toglierete piùniente
Questa è la nostra vita che va avanti
Oltre tutto, oltre il dirigente
Non ci avete dato niente
Non avrete più niente
Perché tutto va oltre i vostri inutili inciuci
C’è chi si fa la croce
E chi prega sugli appalti
Le chiese ed i partiti
la RAI e tutti i favoriti
Ingressi separati della stessa casa
Migliaia di persone che sperano in qualcosa
Nomine e promozioni
Facce senza nomi
Scambiamoci la pelle
In fondo siamo lavoratori
Perché la nostra vita non è un punto di vista
E non esiste sindacato qualunquista
Non ci avete fatto niente
Non ci avete tolto niente
Questa è la nostra vita che va avanti
Oltre tutto, oltre la gente
Non ci avete dato niente
Non vi daremo più niente
Perché tutto va oltre i vostri inutili inciuci
Le vostre inutili guerre
Cadrà il dirigente
E tutti i suoi amichetti
I muri di contrasto alzati dagli inetti
Ma contro ogni favore che ostacola il cammino
Il dipendente si rialza
Col sorriso di un bambino
Col sorriso di un bambino
Col sorriso di un bambino
Non ci avete dato niente
Non avrete da noi più niente
Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre
Non ci avete fatto niente
Le vostre inutili guerre
Non ci avete tolto niente
Le vostre inutili guerre
Non ci avete dato niente
Le vostre inutili guerre
Da noi non avrete più niente
Le vostre inutili guerre
Sono consapevole che tutto più non torna
La felicità volava
Come vola via una bolla

sabato, febbraio 03, 2018

Parole di un uomo sulle donne...

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

Edoardo Sanguineti

mercoledì, gennaio 31, 2018

Una mostra bellissima assolutamente da non perdere. A Bagheria.

Triade

 al Centro d’arte e cultura “Piero Montana”.

In anteprima assoluta la recensione di un critico romano, Mario Sigfrido Metalli.


Sarà un appuntamento assolutamente da non perdere quello dell’inaugurazione della mostra “Triade” al Centro d’arte e cultura “Piero Montana” sabato 10 febbraio 2018.

La mostra infatti si preannuncia come l’evento culturale più atteso nella Città di Renato Guttuso per la presenza in essa di tre artisti prestigiosi di chiara fama nazionale ed europea, due dei quali, Filly Cusenza e Giovanni Leto, sono ben rappresentati al secondo piano del Muso Guttuso, mentre il terzo è  un’interessante proposta di Piero Montana.

 Stiamo qui parlando dell’ottimo pittore catanese Nuccio Squillaci che a “Triade” è presente con ben 31 opere, sia pure di piccolo formato.

Altissima la qualità delle opere in mostra. Curato dagli stessi artisti l’allestimento nei locali del Centro d’arte e cultura di Bagheria.

Montana, poeta, gallerista, critico d’arte, che già nel 1986 aveva attratto l’attenzione di Renato Guttuso con un suo pezzo critico scritto per Bosco d’amore, un grande dipinto del maestro bagherese del 1984, poi venduto a Trussardi, è assai soddisfatto dei risultati assai positivi raggiunti dall’odierna esposizione tanto da definire la mostra, una delle più importanti operazioni artistiche mai realizzate a Bagheria.

 Non volendo parlare delle opere degli artisti invitati ad esporre, per non sminuire la sorpresa, l’interesse soprattutto critico per Triade, Montana si limita solo a dire che gli artisti da lui invitati, per altro assai diversi tra loro, sono rispettivamente esponenti di punta della Fiber Art, dell’Arte materica e del Neoinfomale.

 Noi che l’abbiamo visitata in anteprima, facciamo nostro l’entusiasmo del gallerista per Triade, esempio di un altissimo livello artistico, mai raggiunto in altre operazioni espositive a Bagheria, se si fa eccezione solo per le mostre di Renato Guttuso a Villa Cattolica.

L’ingresso alla mostra è già uno choc. Il visitatore s’imbatte entrando nelle opere di Giovanni Leto, a cui è dedicata un’intera stanza.
 Le opere di Leto scelte dallo stesso Montana e dall’artista, sono tra le migliori della produzione del pittore di origine monrealese. Tre le opere di grande formato e tutte e tre bellissime. Prodotte tra gli anni 2015-2017 esse ripropongono gli esiti assai stranianti e suggestivi dei suoi paesaggi del mondo dell’Altrove.
Nell’opera tuttavia esposta frontalmente sulla parete di fondo rispetto a chi entra, l’accumulo cartaceo incollato sulla tela è come decostruito, come a non formare un cumulo compatto di detriti e macerie, come se questi accumuli, che sono anche delle dighe costruite con la tecnica del castoro, in qualche punto cedessero, franassero, facendo sentire allo spettatore, a chi guarda solo l’eco del silenzio in un paesaggio desolato.

 Ma sono soprattutto le opere piccole in cui Leto decostruisce la sua arte della stratificazione cartacea, inventando e proponendo altre soluzioni formali della sua personalissima arte, che in opere come Scrimolo raggiunge vertici altissimi di fascinazione.

Passando nella seconda stanza sulla parete di sinistra stanno otto opere di Filly Cusenza, da parecchi anni ormai convertita alla Fiber Arte ossia all’arte della stoffa, del tessuto, che l’artista sente più congeniale, arte questa che le ha dato maggiore notorietà anche in Europa, mostrando in essa quello che per le donne è il mestiere in cui meglio si realizzano, quello del ricamo, del cucito e della realizzazione in tessuto di vere e proprie opere d’arte. Ma a fare la differenza con l’artigianato femminile nelle opere della Cusenza è l’estro, la fantasia, la genialità tutta impregnata di influenze artistiche che vanno da Chagal alla pop art.

 In particolare nelle opere esposte in Triade  Cusenza punta molto sull’ humor, sulla ironia, su una sua indiscussa stravaganza nel privilegiare personaggi eccentrici, bizzarri, mai idealizzati per i suoi ritratti di famiglia, di avi e parenti defunti.

Le opere infine di Nuccio Squillaci- ricordiamo ben 31,sia pure di piccolo formato, sono come gli Improvvisi, i Preludi, i Notturni di Chopin, in cui l’artista catanese esprime, in una forma pittorica che si rifà all’astrattismo e al neoinformale, << i più chimerici e fantastici erramenti dell’anima>> nonché gli elementi delicati, intimi, poetici dei suoi stati d’animo, contrassegnati a volte da una vena di malinconia.
Come un alchimista Schillaci ha il potere di trasmutare questi sentimenti meglio questi elementi psicologici in momenti di espressione artistica che raggiunge una perfezione totale in un’invenzione pittorica che si attua in forme brevi, liberissime, atte ad esprimere qualunque erramento della sua fantasia. Il suo linguaggio pittorico è audacemente originale, capace delle più arrischiate soluzioni pittoriche, che pure, in lui, non prendono un aspetto provocante di partito preso, ma avvengono con la più grande naturalezza e felicità espressiva.


Mario Sigfrido Metalli


Giovanni Leto


                                            
                       Filly Cusenza


























Nuccio Squillaci

lunedì, gennaio 29, 2018

Ho visto...

Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.
Tranne che una volta. L'Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l'amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un'ingiuria dalla sua bocca.
Aveva al suo servizio un ragazzino un pipel, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo.
(A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l'altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma il piccolo servitore dell'olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).
Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell'Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi.
L'Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare.
Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le SS lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le SS intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.
Le SS sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva.
Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia.
Tre SS lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
- Viva la libertà! - gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
- Dov'è il Buon Dio? Dov'e? - domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.
Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
- Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...
Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
- Dov'è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
- Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...
Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.

(Elie Wiesel, La Notte )

mercoledì, gennaio 24, 2018

" Agli uomini del triangolo rosa" - Il 27 gennaio 2018 è la Giornata della Memoria

Il poeta Piero Montana dedica la sua poesia agli omosessuali sterminati nei lager nazisti 

A volte
Se con la mente
Indietro nel tempo
Ripercorro il filo
Della storia
Quel filo del racconto
All'inizio immaginario
Insanguina le mie mani
Ferite
Straziate
Dalle spine di ferro
Conficcate
Che l'attorcigliano
Nel tracciato metallico
Dei reticolati

Nell'aggrapparsi alla memoria
Il senso della storia
Nella quotidiana banalità
Del male
Non è indolore
Non è indolore seguire le piste
Scoprire le tracce del crimine
Giungere
Al culmine dell'orrore
Alla scena del massacro
Consumato
Dentro uno squallido
Fossato
Ricolmo
Di nudi
Innumerevoli cadaveri

Non è indolore il macabro
Spettacolo
Non è indolore lo scotto
Dell'orrore
Di una fossa comune
Scavata sulla terra
Nuda
A fuoco
Impressa
Nella materia grigia
Della memoria

Come una corona di spine
Deposta sulla testa del Signore
Quel filo di ferro
L'ho visto in filmati
Del'45
Steso sui pali
A delimitare
I campi di sterminio

Di là di quel filo
Il silenzio di Dio
Il buio della storia
L'inenarrabile dolore
Di quanti non scamparono
Al forno crematorio
Di là di quel filo
Le lacrime
Lo strazio
Una folla di volti
Smarriti
Estatici
Nella rassegnazione
Del martirio


Di là di quel filo
Le umiliazioni
Le stigmate
La vergogna
Dei miei simili

In una foto d'epoca
Con la divisa a righe
Il triangolo rosa
Sul petto stampigliato
Una colonna d'internati
Scortata dai nazisti
Marcia
Nel gelo invernale
Tra le baracche
Di un campo

Avviati per prima
Alle camere a gas
Sono omosessuali
Con disprezzo
Costretti
Ai lavori più vili
Gravosi
A pulire le latrine
Del lager

Sul loro cammino immagino
Il destino dei paria
Sul loro cammino
Senza via di scampo
Per i più non ci fu
Ancora di salvezza
Grazia
Senza pietà
Caddero
Nei lager

Di recente
A Berlino
Ho visitato
Un monumento
Dedicato alla memoria
Degli uomini
Del triangolo rosa
Ma in quell'anno della liberazione
Nel '45
E per tanti anni ancora
A venire
Nessuno ne ricordò l'eccidio
Sulla loro scomparsa
Sulla loro fine
Nei campi di sterminio
Fu steso un velo di silenzio

Per vergogna
Immagino
In quel tempo
Nessuna lacrima
Fu versata
Neppure dai fratelli
Della tragedia
Sopravvivendo
A lungo
L'indifferenza
Di quanti
Di questa buia pagina
Di storia
Innanzi
All'evidenza
Chinando
Scuotendo la testa
Dicevano
Di non voler
Sapere
Niente


Piero Montana

La poesia è tratta dal suo libro Omocaust,
 edito nel 2004 da Eugenio Maria Falcone col patrocinio del Comune di Bagheria.