TUTTI I COLORI di EMMA BONINOgionali Lazio 24-25

venerdì, dicembre 08, 2017

8 dicembre festa della Dea Madre

Una interessante piccola storia della Grande Dea Madre, raccontata piuttosto fantasiosamente dal mio amico Manlio Converti, illustre medico psi napoletano.

Scientificamente e storicamente ci sono parecchie omissioni, salti logici e interpretazioni personalissime,  oltre a un palese tentativo di rilettura in chiave Queer ma è comunque una divertente divulgazione di una forma di religiosità che come tante altre è stata trasferita quasi pari pari nella mitologia cristiana e divulgata urbi et orbi da secoli.

Tanto che anche l'8 dicembre prossimo il popolo cattolico festeggerà in gran pompa Maria vergine e madre di Cristo ovvero la Grande Madre e la sua la "immacolata concezione ", ovvero priva del "peccato originale" che tutti gli esseri umani affligge....

AMg



"La storia della Dea Madre è molto  complessa. Il culto della Dea Madre e universale e neolitico.

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probabilmente la più antica rappresentazione della dea-madre oltre 8000 anni fa 


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 E nel Mediterraneo il più antico culto risale a oltre 6000 anni fa in una zona della Turchia chiamata Frigia. La sua caratteristica narrata anche da Catullo carme 63 è quella di avere come sacerdotesse soprattutto effeminati e Castrati.

Nella Magna Grecia La Dea Madre assume il volto della Mater matuta di Cuma con i suoi fantolini o le spighe di grano o un Tamburello simile alla tammorra, un trono importante sul quale siederà poi la Madonna e la testa turrita, che poi sarà della dea Roma e della dea Italia raffigurate appunto nelle monete e nei francobolli.

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A Roma il culto della Dea Madre arriva effettivamente all'epoca di Annibale.

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Io lo racconto durante lo spettacolo Hystoria Gaia o a Natale quando interpreto la tombolata del femminiello
Annibale alle porte i romani terrorizzati scappano verso Cuma dove chiedono alla Sibilla un responso per sapere come sconfiggerlo definitivamente. 
Per una volta la Sibilla si fa capire e chiede di portare con le sue sacerdotesse l'idolo della Dea Madre dalle colonie in Frigia.
L'idolo in realtà è un meteorite come troviamo ancora alla Mecca o nella moschea di Al Quds perché unisce con il suo potere il cielo e la terra. 

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Le sacerdotesse sono invece effeminati e Castrati vestiti in modo coloratissimo come lo sono ancora le donne indiane con trucchi pesantissimi come lo erano le donne egiziane con profumi eccessivi come lo erano le donne persiane.
Il loro rituale consisteva in due fasi dalle quali noi abbiamo derivato la Pasqua e in parte il carnevale. Il carnevale deriva anche dalle feste greche dette falloforie e romane dette baccanali.



Nel 200 avanti Cristo per la prima volta al centro di Roma queste sciamannate sacerdotesse colorate profumate truccate all'inverosimile procedettero a loro corteo religioso fatto di musica eccessive e rituali tagli sul proprio corpo a simulare anche la castrazione.
Questo rituale esiste ancora e ricorda il corpo frustato di gesù.
Dopo circa una settimana c'era un'altra festa di resurrezione doveva essere nato di nuovo per il corpo da maschile a femminile, da sterile a partoriente la terra priva di frutti a primavera. 
Il culto della Dea Madre altro non era che un culto del ciclo della natura e della fertilità in cui gli effeminati e i Castrati rappresentavano ciò che dal maschile sterile porta al femminile che partorisce.
Questo secondo rituale corrisponde alla nostra pasquetta.

Come sappiamo Annibale fu veramente sconfitto I rituali della Dea Madre furono ripetuti tutti gli anni alle sacerdotesse fu concesso un tempio sul Palatino di cui restano le fondamenta e alcune colonne. Dopo qualche anno alle sacerdotesse fu Concessa la cittadinanza romana ma da subito fu vietato agli schiavi di assistere ai rituali per paura che quelli effemminati uscendo allo scoperto entrassero nel corteo liberandosi dai loro padroni.

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C'è poco da fare anche se poco narrata questa storia altro non è che quella di un gay pride Imperiale. 
Il culto della Dea Madre a Roma fu soppresso insieme a tutti gli altri culti pagani da Giustiniano.

Manlio Converti ""

sabato, novembre 25, 2017

L'antidoto alla violenza quotidiana...

Sei bella.

E non per quel filo di trucco.

Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,

per i sogni che hai dentro 

e che non conosco.

Bella per tutte le volte che toccava a te,

ma avanti il prossimo.

Per le parole spese invano

e per quelle cercate lontano.

Per ogni lacrima scesa

e per quelle nascoste di notte

al chiaro di luna complice.

Per il sorriso che provi,

le attenzioni che non trovi,

per le emozioni che senti

e la speranza che inventi.

Sei bella semplicemente, 

come un fiore raccolto in fretta,

come un dono inaspettato,

come uno sguardo rubato

o un abbraccio sentito.

Sei bella

e non importa che il mondo sappia,

sei bella davvero,

ma solo per chi ti sa guardare.

🌸🌻🌼🌺🌸🌻🌼🌺🌸🌻🌼🌺🌸🌻🌼🌺

E poi fate l’amore.
Niente sesso, solo amore.
E con questo intendo
i baci lenti sulla bocca,
sul collo,
sulla pancia,
sulla schiena,
i morsi sulle labbra,
le mani intrecciate,
e occhi dentro occhi.
Intendo abbracci talmente stretti
da diventare una cosa sola,
corpi incastrati e anime in collisione,
carezze sui graffi,
vestiti tolti insieme alle paure,
baci sulle debolezze,
sui segni di una vita
che fino a quel momento
era stata un po’ sbiadita.
Intendo dita sui corpi,
creare costellazioni,
inalare profumi,
cuori che battono insieme,
respiri che viaggiano
allo stesso ritmo.
E poi sorrisi,
sinceri dopo un po’
che non lo erano più.
Ecco,
fate l’amore e non vergognatevi,
perché l’amore è arte,
e voi i capolavori.

Alda Merini

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne diciamo alcune semplici verita'.


Che sono le donne che mettono al mondo l'umanita'.

Che il gioco della guerra e' una follia dei maschi.

Che e' una follia dei maschi la brama di possesso, di potere, di rapina ed accumulazione, e la volonta' di avvelenare, devastare e distruggere tutto cio' che non si puo' rapire, asservire, possedere.

Che la stessa violenza che i maschi esercitano sulle donne la esercitano sull'intero mondo vivente.

Che la violenza maschile sta mettendo in pericolo l'esistenza stessa dell'umanita' e del mondo vivente.

Che il movimento di liberazione delle donne si oppone a tutte le violenze.

Che il movimento di liberazione delle donne e' rivolgimento accudente e amoroso verso l'intero mondo vivente.

Che il movimento di liberazione delle donne libera l'umanita' intera.
25 novembre 2017

associazione "Respirare"

Falsificazioni d'annata, anzi millenarie...

La Giustizia Vaticana non è quella divina, ma è comunque un imbroglio.
Ecco una interessante nota di un anno fa, che prende spunto da una vicenda lin corso allora,  ma è comunque sempre valida...

La magistratura vaticana, malata di protagonismo, sta processando i giornalisti che fanno il loro mestiere, cioè dare le notizie, ignorando che nel Vaticano si possono dare solo le notizie gradite al responsabile della sala stampa. Forte di questa civile e democratica premessa, sembra che la stessa magistratura intenda aprire un processo postumo all’umanista Lorenzo Valla, che nel 1440 dimostrò che la “donazione di Costantino” era un falso redatto nell’VIII secolo nella cancelleria di papa Stefano II, che se ne servì per imberloccare i semianalfabeti carolingi, e convincerli che il Papa, avendo ricevuto in dono l’intero impero romano d’occidente, aveva il potere di designare re e imperatori.
Sulla stessa base furono bidonati i totalmente analfabeti normanni, che chiesero al papa l’investitura dell’Italia meridionale, della Sicilia e dell’Inghilterra e  su questa falsa donazione  successivamente si basò la lotta delle investiture. Ma gli svevi non erano analfabeti, in particolare Federico II, che infatti fu scomunicato per quasi tutta la sua vita regale.
Valla, con un accurato lavoro filologico che non fu possibile coprire dal segreto degli starnazzanti monsignori, dimostrò che il latino della donazione era pieno di espressioni barbariche ignote ai tempi di Costantino, che la calligrafia era quella dell’VIII secolo e non del IV, e che comunque era senza senso che un imperatore così attaccato al potere da ammazzare i suoi figli donasse metà dell’impero e la capitale storica a un culto minoritario appena reso lecito, per gratitudine di aver ricevuto un battesimo mai certificato e di essere stato guarito da una lebbra mai avuta...

Ma non basta:
Non si può dimenticare le Decretali dello Pseudo-Isidoro, una consistente raccolta di documenti falsi, compilati sempre in epoca carolingia allo scopo di dare al papato e al clero prerogative e poteri che ne garantissero il predominio culturale e giuridico sui meno colti.

Le falsificazioni riscontrate sono le seguenti:
- L'aggiunta di falso materiale a una precedente e autentica collezione spagnola di testi di Concilii e di lettere papali datate dal IV all'VIII secolo, la cosiddetta Hispana Gallica Augustodunensis, nome derivante da un manoscritto proveniente dalla città francese di Autun (in latino Augustodunum).
- Una collezione di false leggi franche, forse tratte dai Capitolari del VI - IX secolo, i cosiddetti Capitularia Benedicti Levitae, dal nome del cosiddetto diacono Benedetto, il quale dichiara falsamente di aver aggiornato e completato la nota collezione dell'abate Ansegiso di Fontenelle (morto nell'833).
- Una breve collezione di procedure penali, i cosiddetti Capitula Angilramni, falsamente attribuita a papa Adriano I che, a dire dell'autore, li avrebbe inviati al vescovo Angilramno di Metz.
-,Un'ampia collezione di circa 150 lettere papali contraffatte, la maggior parte delle quali si fingono scritte da papi dei primi tre secoli.
Nell'introduzione, l'autore della collezione si presenta come vescovo Isidoro Mercator.

Oltre a tali lettere, vi sono testi di concilii e lettere papali risalenti a un periodo compreso fra il IV e l'VIII secolo, falsificate in parte o contenenti interpolazioni. Quest'ultimo materiale deriva dalla Hispana Gallica Augustodunensis.
Altre falsificazioni minori sono:
- Le cosiddette Excerptiones de gestis Chalcedonensis concilii
- Lo Spicilegium Solesmense
- Interpolazioni nel manoscritto Hamilton 132
- La Collectio Danieliana.

domenica, novembre 19, 2017

LA SFIDA DELLA SEMPLICITA’: IL LINGUAGGIO RESPONSABILE


Il Convegno di FronteVerso, Associazione Giuriste Milano ed Eticrea Media Partner ArcipelagoMilano e ORA LEGALE

By Gianni Clocchiatti, dal settimanale on line  ArcipelagoMilano, 14 novembre 2017

8 novembre, ore 8.40, ingresso della Sala del Grechetto di Palazzo Sormani. Il marciapiedi è affollato di persone che aspettano di entrare nella sala dove alle 9 inizia il convegno su “Il diritto al linguaggio responsabile. La sfida della semplicità”. Un’attesa premiata poiché i posti a sedere si esauriscono in fretta e molti rimangono in piedi. La sfida lanciata dal convegno è dimostrare che si può parlare di argomenti complessi, a partire da quelli giuridici, in maniera chiara e semplice, trovando le “parole per dirlo”. Provare che è possibile farsi comprendere utilizzando un linguaggio accessibile senza rinunciare al rigore e alla completezza dei concetti. Lasciare il linguaggio specialistico in ambito specialistico e condividere con tutti gli altri il senso della conoscenza. Una sfida in qualunque ambito, non solo nella giustizia, ma anche nella medicina, tecnologia, scienze.

Il convegno è organizzato da FronteVerso, Associazione Donne Giuriste Italia, ADGI Milano, ed Eticrea, con il patrocinio del Comune di Milano e della Scuola Superiore dell’Avvocatura e vede confrontarsi relatori con diverse competenze e professionalità.

Coordina i lavori Ileana Alesso, avvocata e fondatrice di FronteVerso e VicePresidente ADGI Milano.

Porta i saluti della avvocatura milanese Remo Danovi, avvocato, Presidente dell’Ordine, da sempre sensibile ai temi dell’etica e del linguaggio.

Segue Anna Losurdo avvocata e membro del Consiglio Nazionale Forense che evidenzia che il “linguaggio è strumento della comunicazione e pilastro della relazione” ponendo l’attenzione sulla cura della relazione e sulla pari dignità nel rispetto delle differenze. E così deve essere nella pubblica amministrazione dove “il linguaggio di genere va applicato anche negli atti amministrativi” dice Diana De Marchi, Presidente della Commissione Diritti civili e pari opportunità del Comune di Milano, proponente la mozione sul linguaggio di genere, approvata mesi fa, e che, insieme alla collega Consigliera comunale, Simonetta D’Amico, avvocata, porta la presenza ed il contributo di una politica attiva e sensibile al tema.

La sala è piena, c’è ancora chi continua la ricerca di qualche posto libero mentre porge i saluti Elisabetta Silva, avvocata e Presidente ADGI Milano che nel suo coinvolgente intervento cita anche preziose “perle” da note sentenze. È presente anche Barbara Pozzi, Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato e Direttore del Dipartimento di Diritto Economia e Culture della Università della Insubria, con alcuni studenti del suo corso “Fondamenti di traduzione giuridica”. ORA LEGALE, che insieme ad ArcipelagoMilano è Media partner dell’evento, manda in diretta web il convegno.

È il turno dei relatori: “la legge è fatta di parole destinate a regolare il nostro stare insieme” spiega Francesca Manca, magistrato, “Il processo è fatto di parole che regolano i casi patologici. La giustizia è l’attuazione delle parole della legge”, prosegue concludendo che “precisione tecnica e comprensibilità sono due beni inversamente proporzionali. L’obiettivo è raggiungere l’equilibrio”. Patrizia Borsellino, Professore Ordinario di Filosofia del diritto e di Bioetica alla Università di Milano Bicocca sviluppa l’importante tema de “Il linguaggio che costruisce il mondo a cui vogliamo appartenere” e sul linguaggio specialistico distingue tra “tecnicizzazione virtuosa” e “degenerazione tecnicistica”. Segue, stimolante, il contributo di Nadia Germanà Tascona, nota penalista e Consigliera dell’Ordine che dalla pratica forense estrae preziosi esempi di linguaggi ben distanti dall’auspicato equilibrio.

Il linguaggio scientifico è il tema della relazione di Giorgio Cosmacini, medico e docente di Storia del pensiero medico alla Università San Raffaele. Molto interessanti sono sia la distinzione tra “chiarire”, cioè fare luce, e “distinguere”, cioè dotare di precisione, sia la messa a fuoco della doppia qualità necessaria al professionista: “affidabile, cioè competente, e affabile, cioè attento alla relazione”.

Chiude il convegno il Direttore di ArcipelagoMilano, con un intervento su “il linguaggio degli enti locali tra burocrazia, trasparenza e partecipazione”. Che ruolo gioca il linguaggio nella azione amministrativa che ha come destinatario il cittadino? L’obiettivo principale delle norme è quello di mettere ordine e di individuare gli abusi e per questo esse devono essere chiare, comprensibili e soprattutto attuali. Allora perché non mettere una data di scadenza? È la provocazione di Beltrami Gadola. È l’ultimo intervento e conclude il convegno. La sala è ancora strapiena mentre ORA LEGALE continua la sua diretta web.

Gianni Clocchiatti, 
Fondatore di Eticrea e di FronteVerso (www.fronteverso.it)

Ma la Mafia che cos'è?

“Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho butttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ .
(…)
Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi.
(…)
Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra.
(…)
Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perchezzé lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire“.

Cosi' parlo' Brusca il mafioso.

martedì, novembre 14, 2017

Una lezione di Storia che sui libri di scuola non c'è...

LECCE: IL MONUMENTO AL NON PENTITO

In una piazza di Lecce, la splendida città barocca delle Puglie, si erge, udite! udite! il monumento “al non pentito”.
Su di un piedistallo in cui sono incisi i nomi dei più terribili “bagni penali” borbonici Montefusco, Nisida, Montesarchio, si erge la statua di Sigismondo Castromediano, fiero e severo nella sua redingote ottocentesca.

Una scritta “Ai compagni fidele – pari ne volle la sorte – rifiutò privilegio”.


Sigismondo Castromediano, patriota salentino di nobile famiglia, fu uno degli animatori dei moti liberali del 1848. Quando Ferdinando II di Borbone revocò la Costituzione concessa e giurata un anno prima, Castromediano redasse con altri patrioti liberali una vibrata protesta che contestava al Re Lazzarone il consumato spergiuro e la sanguinosa repressione contro il popolo di Napoli.
Arrestato e tratto a giudizio di un tribunale militare, fu condannato a trenta anni di galera che cominciò a scontare nelle orrende carceri borboniche, in cui sbirri e camorristi facevano a gara a rendere ancor più penoso il trattamento di quei disgraziati.
Interdette le visite dei famigliari, scarso e pessimo il cibo, insalubri e cupi i locali.
Il monumento allude ad un episodio della sua carcerazione che narrò in un libro in due volumi “Carceri e galere politiche” al capitolo XXII “L’ora più perigliosa della mia vita”.
Il governo borbonico preoccupato dello scandalo che le notizie sul trattamento disumano dei detenuti politici aveva cominciato a suscitare all’Estero, specie in Inghilterra, si adoperò per indurre al “pentimento” alcuni di quei disgraziati con la promessa di sollievo dalle pene loro inflitte.
Per intervento ruffiano di un Vescovo amico della Famiglia dei Castromediano, il tentativo fu compiuto anche con il Duca Sigismondo. Fu prelevato dal carcere di Montefusco e tradotto ad Avellino, dove si tentò di fargli sottoscrivere una domanda di grazia al Re spergiuro, che Castromediano rifiutò. Ad un certo punto gli fu suggerito, anche quale minaccia di aggravamento, se possibile, della sua condizione, di “confessare” che tra i detenuti politici “si era astretto un patto settario”. Tesi a dir poco ridicola, visto che quei poveretti, ammassati negli orrendi reclusori erano gli “astretti” tanto che di più non potevano in alcun modo.
Ma si voleva, oltre tutto, gettare il tarlo della diffidenza reciproca, oltre che crearsi alibi per il giudizio severo degli stranieri. 

E’ singolare come il circuito della falsità che i “produttori” di “pentitismo” sia sempre lo stesso, nel Regno borbonico come nello Stato del Papa, ieri, come oggi.
Di fronte agli sdegnosi rifiuti del Castromediano, questi fu riportato nel carcere di Montesarchio.
Ma nel marzo del 1859, Ferdinando II prossimo a morire di un diabete, male o per niente curato (mangiava solo dolci!) sentendo l’aria della ormai prossima Seconda Guerra di Indipendenza, pensò bene di “liberarsi” dei più noti detenuti politici. Emise quindi a Brindisi, dove si era recato per ricevere la sposa del figlio Franceschiello che di lì a poco gli succedette, un decreto di “condono” nei confronti di novantuno condannati all’ergastolo o a gravi pene, con l’intimazione, però, dell’esilio perpetuo ed, anzi, della deportazione in America.
Undici di quei “graziati” erano però già morti da tempo di stenti nelle galere. Tanta era l’attenzione di quel grasso e rozzo personaggio caricaturale per la sorte dei condannati, di cui, ora, valeva farsi passare per benefattore.
Portati a Napoli ed imbarcati con detenuti “liberati” anche da altri penitenziari, che avevano patito in luoghi diversi e lontani la loro tragedia, furono fatti partire. Tutti protestarono contro la “deportazione” addirittura in altri continenti, misura non prevista dalle leggi in vigore nel Regno.
Quella schiera di scampati non arrivò mai in America. Sulla nave americana che doveva sbarcarli, dopo una tappa a Cadice in cui fu loro impedito di lasciare la nave, nel porto di Nuova York, un giovanissimo ufficiale era riuscito a far parte dell’equipaggio. Era il figlio di Settembrini. Fu organizzato un mezzo ammutinamento, cui partecipò parte dell’equipaggio e, “obtorto collo”, il capitano sbarcò tutti a Cork, in Irlanda. Dove gli esuli italiani furono accolti con pietà ad affetto dalla popolazione. Affetto che li accompagnò prima a Londra, poi nel Continente ed infine nel Piemonte, che stava per realizzare la grande impresa di liberazione nazionale.

Molti anni fa pubblicai una foto di quel monumento “al non pentito” Peccato che non me ne ritrovi una copia. A Lecce esso figura in alcune cartoline illustrate della Città.
Potremmo e dovremmo farne un’icona delle nostre battaglie.
Ho la riedizione in copia anastatica di quelle memorie di Castromediano.
Vi leggo una dedica “A Mauro Mellini le memorie di un mio antenato che, forse, si pentirebbe, come tutti noi, dello scempio di quel patrimonio nazionale costato carceri e sangue”. Gaetano Gorgoni

Lo leggo non senza qualche contradditorio sentimento di ironica comprensione e di sdegno.
Gaetano Gorgoni, deputato repubblicano, era relatore, ed autore di un emendamento, alla legge di conversione di un decreto legge sul trattamento dei pentiti ed il relativo “servizio di protezione”. Emendamento che estendeva agli imputati di reato di mafia i “benefici”, fino ad allora limitati agli imputati di terrorismo “benefici”, magari già praticati o promessi dai magistrati “preveggenti” e “lottatori” ai “loro” pentiti.
Parlando in Aula a Montecitorio contro quell’emendamento, contestai al suo autore, Gorgoni, leccese, di tradire, l’onore che la sua città aveva tributato “al non pentito” con quel monumento.
Gorgoni mi rispose, interrompendomi “ma Castromediano era un mio antenato!”.
Credo di avergli risposto senza il dovuto rispetto ad una per altri versi, degnissima persona “bel discendente!”.
Poco dopo mi giunse il dono di quel libro difficilmente reperibile. E ne sono comunque grato a Gorgoni. Quella dedica mi convince ancor più che al disgustoso sistema dei pentiti, come a tante altre bassezze della nostra giustizia, si è arrivati nella più grande confusione di idee e di incredibili equivoci. Persino, forse, in buona fede.
                     Mauro Mellini
14.11.2017

domenica, novembre 12, 2017

NORA: UN PROGETTO CULTURALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE





Martedì 14 novembre, alle 19, Cinzia Sciuto (facebook.com/cinzia.sciuto ) sarà a Roma, al Teatro Cometa Off. per presentare il libro di Amalia Bonagura “Nora. Il silenzio deve tacere”.
 Dal libro è nato un progetto teatrale contro la violenza sulle donne rivolto principalmente alle scuole.

Su MicroMega online un’intervista di Ingrid Colanicchia all’autrice del progetto.
A partire dal 15 novembre, repliche dello spettacolo anche per il pubblico, info: www.cometaoff.it.
***

Qui potete vedere il video dell' intervento di Cinzia Sciuto su "Libertà delle donne e fondamentalismi religiosi", nell'ambito del convegno su Libertà delle donne nel XXI secolo alla Casa internazionale delle donne di Roma, e qui quello su "Comunicazione laica e razionale", nell'ambito del I Festival laico umanista dell'Uaar a Senigallia.

lunedì, novembre 06, 2017

FRANCO BASAGLIA: TEORIA E PRASSI DELLA COMPRENSIONE,DELLA SOLIDARITÀ E DELLA LIBERAZIONE DELL'UMANITÀ

Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 - 29 agosto 1980) e' la figura di maggiore spicco della psichiatria italiana contemporanea; ha promosso la restituzione di diritti e il riconoscimento di dignita' umana ai sofferenti psichici precedentemente condannati alla segregazione e a trattamenti disumani e disumanizzanti; e' stata una delle piu' grandi figure della teoria e della pratica della solidarieta' e della liberazione nel XX secolo.

Opere di Franco Basaglia:
edizione in due volumi degli Scritti, Einaudi, Torino 1981-82.
Tra i principali volumi da lui curati (e scritti spesso in collaborazione con la moglie Franca Ongaro Basaglia, e con altri collaboratori) sono fondamentali Che cos'e' la psichiatria,
L'istituzione negata (sull'esperienza di Gorizia),
Morire di classe,
Crimini di pace,
La maggioranza deviante,
tutti editi da Einaudi;

insieme a Paolo Tranchina ha curato Autobiografia di un movimento, editori vari, Firenze 1979 (sull'esperienza del movimento di psichiatria democratica);
una raccolta di sue Conferenze brasiliane e' stata pubblicata dal Centro di documentazione di Pistoia nel 1984, una nuova edizione ampliata e' stata edita da Raffaello Cortina Editore, Milano 2000;
una recente raccolta di scritti e' L'utopia della realta', Einaudi, Torino 2005.

Tra le opere su Franco Basaglia:
il volume di Mario Colucci, Pierangelo Di Vittorio, Franco Basaglia, Bruno Mondadori, Milano 2001, con ampia bibliografia;
cfr. anche Nico Pitrelli, L'uomo che restitui' la parola ai matti, Editori Riuniti, Roma 2004.

Un fascicolo monografico a lui dedicato e'
Franco Basaglia: una teoria e una pratica per la trasformazione, "Sapere" n. 851 dell'ottobre-dicembre 1982.
Si veda inoltre la collana dei "Fogli di informazione" editi dal Centro di documentazione di Pistoia.

A Basaglia si ispira tutta la psichiatria democratica italiana e riferimenti a lui sono praticamente in tutte le opere che trattano delle vicende e della riflessione della psichiatria italiana contemporanea.

sabato, agosto 05, 2017

C'è chi disse no.

Rosetta Loy. La parola ebreoEinaudi.
Storie di ebrei italiani salvati da Giusti con i nazisti nel ghetto di Roma.

Lettura rinfrescante...

[...] Qualcuno che si trovava a passare per strada si era intanto avvicinato a quei tre in attesa con le valigie, sorvegliati dalla SS con il fucile spianato.
Non era difficile capire cosa stava succedendo.

 In via degli Scipioni i Sermoneta li conoscevano tutti, in quella casa Rosetta era nata e fino a quando le leggi razziali non le avevano separate, ogni mattina aveva fatto la strada fino a scuola insieme alla figlia del fornaio all'angolo.

Il camion tardava: e nel giro di un quarto d'ora quei pochi che si erano avvicinati erano diventati un piccolo gruppo a cui si aggiungevano di continuo altre persone. La SS aveva allora spinto i Sermoneta sulla strada facendogli svoltare l'angolo su via Leone IV, sempre nella speranza di vedere arrivare il camion.

Il gruppo che si era formato davanti al portone li aveva intanto seguiti e mentre il soldato tedesco continuava a far avanzare i Sermoneta con le valigie, si andava ancora ingrossando facendosi sempre più vicino. Compatto aveva traversato dietro a loro viale Giulio Cesare, per poi svoltare su viale delle Milizie tra i grandi platani ingialliti d'autunno.
Altra gente si avvicinava, qualcuno diceva "dai, scappate!", ma i Sermoneta non trovavano il coraggio.

A un tratto una ragazzina afferrò Rosetta per la manica: era la figlia della donna che aveva il banco delle verdure su viale Giulio Cesare. Di forza la tirò dentro un portone dall'altro lato della strada, ma la portiera spaventata le mandò via dicendo: no, no, qui no.
La piccola folla anonima aveva intanto chiuso in mezzo la SS mentre la madre di Rosetta abbandonava in terra la valigia lasciando scivolare giù anche il cappotto pesante che la ingombrava nei movimenti. In un attimo padre, madre, figlia e nonno si ritrovarono a svoltare nella prima traversa a sinistra e poi ancora a destra in via Giovanni Bettolo, dove entrarono nel primo portone che si trovarono di fronte.

Stavano scendendo nello scantinato, quando furono richiamati su: un tassì con il motore acceso li aspettava sulla strada. Non si seppe mai chi fu a chiamarlo, e da dove venisse. I Sermoneta erano troppo spaventati per fare domande; il padre diede l'indirizzo di casa del suo barbiere di piazza in Lucina che qualche tempo prima si era detto disponibile ad aiutarlo.

 [...] (Si sa che la SS, in lacrime, tornò a via degli Scipioni e suonò all'appartamento degli sfollati di fronte a quello dei Sermoneta suscitando un pandemonio: voleva a tutti i costi portarsi via almeno la ragazza che aveva più o meno la stessa età di Rosetta).